I Congressi Eucaristici internazionali: tra storia e attualità di P. Vittore Boccardi S.S.S.

Assemblea Plenaria                                                                                       pdf_icon
in preparazione del 51° CEI
Cebu, 25-27 aprile 2015
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I Congressi Eucaristici internazionali:
tra storia e attualità

di P. Vittore Boccardi S.S.S.
Sommario

Introduzione
Il seme e la pianta
La sorgente eucaristica della Chiesa
Il rinnovamento permanente della vita eucaristica
Al servizio della missione
Il Congresso come spazio di formazione
Il Congresso come luogo di celebrazioni autentiche ed esemplari
Il lavoro dei Delegati nazionali
Sensibilizzare al tema del Congresso
Il Congresso come esperienza di Chiesa
Animatori di comunità eucaristiche
Un’eredità feconda

I Congressi Eucaristici internazionali: tra storia e attualità
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Introduzione

I Congressi Eucaristici internazionali possono sembrare reliquie del passato che si inseriscono ormai con difficoltà nel mondo d’oggi. Come dei vecchi paramenti di sacrestia dai bagliori d’oro ormai sbiaditi, a molti essi ricordano il tempo che fu: le manifestazioni popolari di fine Ottocento/inizio Novecento attraverso le quali la regalità di Cristo veniva messa in scena nelle più grandi capitali del mondo, le processioni sterminate che coinvolgevano centinaia di migliaia di fedeli, l’adunanza di masse di adoratori per rendere omaggio di fede, d’amore e di riparazione a Gesù Cristo, Dio nascosto sotto i veli del Sacramento, «oltraggiato dagli empi, ignorato dai poteri pubblici desiderosi di laicizzare la società».[ R. Aubert, Les Congrès eucharistiques de Léon XIII à Paul VI, in Concilium 1, 1960, pag. 118.]
Che i Congressi Eucaristici vengano dal passato è un dato di fatto. I Congressi, infatti, nascono nella seconda meta del XIX secolo; nell’epoca dei movimenti popolari, della democrazia rappresentativa e della stampa, i cattolici di Francia utilizzarono lo strumento duttile dei Congressi per dar conto pubblicamente – in una prospettiva internazionale – della vasta attività legata alla devozione eucaristica.
Queste prime riunioni si chiamavano “Congressi delle Opere eucaristiche” ed avevano lo scopo di manifestare pubblicamente la fede nell’Eucaristia con manifestazioni di pietà, con sessioni di lavoro e di riflessione, rapporti, mozioni e, soprattutto, manifestazioni di massa. Erano laboratori di riflessione e cassa di risonanza per proclamare, nello spazio sociale, la vitalità della fede e della Chiesa. «L’opera – suggeriva il Regolamento dei Congressi Eucaristici elaborato nel 1882 – ha per fine di fare sempre più conoscere, amare e servire Nostro Signore Gesù Cristo nel SS. mo Sacramento dell’altare attraverso delle solenni riunioni internazionali e periodiche e di lavorare ad estendere il suo regno sociale nel mondo. Questi scopi sono così raggiunti: 1° attraverso le preghiere, le comunioni, gli omaggi solenni resi al Re dei Re e soprattutto la manifestazione finale che è un atto pubblico, il più possibile nazionale, di riparazione e di amore verso il Santissimo Sacramento; 2° attraverso delle sessioni dove si studiano i migliori mezzi per ravvivare ed estendere la devozione alla Santa Eucaristia».[ Cfr C. Langlois e C. Sorrel, Les temps des Congrès Catholiques. Bibliographie raisonnée des actes des congrès tenus en France de 1870 à nos jours; Turnhout (Brepols) 2010, pag. 20 ss.]
L’attivazione dei Congressi Eucaristici si deve ad una singolare figura spirituale, la signorina Émilie Tamisier (1843-1910). Questa aveva condotto un’inquieta e tormentata vita interiore sotto la guida di due rilevanti personaggi. In primo luogo si era rivolta a San Pierre-Julien Eymard (1811-1868), il fondatore della congregazione del Santissimo Sacramento, da cui assorbì l’esigenza di ricorrere all’Eucaristia per favorire la ricostituzione di una società cristiana. Si indirizzò poi a Antoine Chevrier (1826-1879), il fondatore del Prado a Lione, che la indusse a un’umile e paziente ricerca della sua vocazione. Tale ricerca ebbe termine quando la Tamisier assistette alla consacrazione della Francia al Sacro Cuore, proclamata dal deputato cattolico-monarchico G. de Belcastel il 29 giugno 1873, a Paray-le-Monial. La Tamisier ebbe allora l’illuminazione che le indicava la missione cui dedicare la vita: «la salvezza della società per mezzo dell’Eucaristia». Per questo s’impegnò dapprima nella promozione di pellegrinaggi eucaristici e, dopo la lenta tessitura di un’estesa rete di relazioni ecclesiastiche, riuscì a convincere Mons. de Ségur a istituire l’Opera dei congressi eucaristici internazionali. Rimanendo nell’ombra – la guida ufficiale fu assunta da un gruppo di ecclesiastici franco/belgi – la Tamisier svolse per decenni il ruolo nascosto di ispiratrice spirituale di alcuni esponenti di questo gruppo dirigente.[ Per tutto ciò cfr. J. Vaudoun, L’Œuvre del Congrès Eucharistiques. Ses origines, Paris 1910.]
I Congressi eucaristici internazionali nascono, dunque, all’interno della cultura del più rigido cattolicesimo intransigente francese che legge nella pietà eucaristica e nella devozione al Sacro Cuore la possibilità di ricostruire la società cristiana demolita dalla Rivoluzione francese.[ Cfr. D. Menozzi, Congressi eucaristici: identità irrisolta, in Il Regno attualità n. 18/1997, pp. 523-525.] Per raggiungere lo scopo si ritiene necessario un ritorno alla pubblica e ufficiale proclamazione della regalità di Cristo, in modo da ricostituire uno stato cristiano in Francia come in tutti gli altri paesi del mondo. Queste concezioni sopravviveranno fino al Congresso Eucaristico Internazionale organizzato a Madrid nel 1911, i cui lavori si incentreranno sul tema del Regno sociale di Cristo, e al Congresso di Lourdes del 1914 dove si chiederà al Papa di fissare in tutto il mondo una giornata di adorazione davanti al Santissimo, per espiare e riparare il peccato sociale della laicizzazione della vita pubblica.[ Da Madrid partì anche l’istanza di istituire una solenne festa di Cristo Re della società. L’enciclica Quas primas di Pio XI del 1925 trova qui una delle sue radici.]
Nello stesso tempo, cresce anche una diversa prospettiva, tesa a sottolineare come le opere e le devozioni eucaristiche debbano impegnarsi per la santificazione individuale, la conquista personale delle anime e il rinnovamento sociale conseguente. A partire da qui comincerà a modellarsi la nuova identità dei Congressi che si affermerà nella seconda metà del Novecento,
Il seme e la pianta

Il primo dei Congressi si tenne a Lille nel 1881, nella regione settentrionale francese del Passo di Calais, ma in pochi anni il piccolo seme crebbe fino a trasformarsi in un movimento mondiale capace di raggiungere, passando per le capitali d’Europa, le più grandi città di tutti i continenti: Montreal (1910), Chicago (1926), Sidney (1928), Buenos Aires (1934), Manila (1937), Rio de Janeiro (1955). In esse è risuonata la voce di quanti hanno fatto la storia della Chiesa nel secolo scorso e, progressivamente, si sono affacciate alla ribalta istanze religiose, novità liturgiche insieme con urgenti temi sociali.
Nei primi anni del Novecento, intrecciandosi con il nascente movimento liturgico, i Congressi hanno riproposto il rapporto essenziale tra Chiesa ed Eucaristia ricuperando l’ideale della “partecipazione attiva” auspicato dal motu proprio di Pio X (Tra le sollecitudini, 1903); hanno sostenuto con convinzione i decreti eucaristici di papa Sarto[ Sacra Tridentina Synodus (20 dicembre 1905) circa la comunione frequente e Quam singulari Christus amore (8 agosto 1910) intorno all’età per la prima Comunione dei fanciulli.] e, in tempi più recenti, l’azione di Pio XII che aveva dato il via ad un vasto programma rinnovatore con la Mediator Dei (1947) e le riforme della Veglia pasquale (1951) e della Settimana santa (1955).
Nel suo percorso, il movimento dei Congressi eucaristici ha integrato progressivamente le acquisizioni del movimento liturgico fino alla vigilia del Vaticano II. Nel 37° Congresso eucaristico internazionale celebratosi a Monaco di Baviera nell’estate del 1960, attraverso l’opera del liturgista J. A. Jungmann, le antiche ragioni che avevano dato origine ai Congressi vennero superate da una nuova interpretazione di questi eventi[ Già nel 1930, in occasione del Congresso eucaristico di Cartagine lo studioso austriaco aveva richiamato l’attenzione sull’uso della chiesa di Roma nel Medioevo, quando il Papa, soprattutto nelle domeniche e in alcune solennità, celebrava una sinassi peregrinante (= statio Urbis) nelle più importanti Chiese dell’Urbe per manifestare in modo visibile l’unità della Chiesa locale: vescovo, clero e popolo. Cfr. J. A. Jungmann, in «Das neue Reich» 12 (Wien 1929-30, p. 618 ss.). Cfr. H. Jedin (dir.), Storia della Chiesa, vol. X, Milano 19952, p. 252.] come una ripresa a scala universale dell’antico uso della statio urbis romana.[ Egli scriveva: «Come il papa o il suo rappresentante specialmente autorizzato presiedeva la celebrazione stazionale della città di Roma, … il legato del papa è alla testa della celebrazione; circondato dai vescovi di numerosi paesi, dal clero e dal popolo di tutte le nazioni, egli offre il sacrificio alla Maestà divina». Josef Andreas Jungmann, Corpus mysticum in Stimmen der Zeit 164, sept. 1959.]
Da allora in poi i Congressi si sono trasformati in una statio orbis in cui fedeli provenienti dal mondo intero si riuniscono, periodicamente, per celebrare insieme l’Eucaristia e costruire la Chiesa, corpo del Signore. Le stesse ragioni teologiche saranno in buona parte riprese nel Rituale De sacra communione et cultu mysterii eucharistici extra Missam, emanato il 21 giugno 1973 che rinnova la visione del culto eucaristico secondo i principi del Vaticano II ricuperando il rapporto tra Eucaristia e Chiesa e sottolineando che la celebrazione eucaristica è «il centro e il culmine di tutte le varie manifestazioni e forme di pietà»[ Cfr. De sacra communione et cultu mysterii eucharistici extra Missam, 112.] di un Congresso.
È dunque vero che i Congressi vengono dal passato, ma è altrettanto vero che il movimento eucaristico da essi innescato a livello mondiale, ha camminato con la storia e, insieme agli altri movimenti litugico, biblico, ecumenico e patristico, ha contribuito a disegnare il volto rinnovato della Chiesa uscita dal Vaticano II e la dottrina dell’Eucaristia indicata come «fonte e culmine di tutta la vita cristiana».[ Cfr. Costituzione dogmatica sulla chiesa Lumen Gentium (LG), 11.]

La sorgente eucaristica della Chiesa

Si può così affermare che il vasto movimento facente capo ai Congressi ha aiutato a riportare la Chiesa alla sua sorgente eucaristica.[ Cfr. Aa. Vv., L’Eucaristia grembo della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana 2011.] Il mistero dell’Eucaristia, infatti, è al centro dell’insegnamento del Vaticano II sulla Chiesa ed è il lievito della sua ecclesiologia. Se non è qui il caso di fare un elenco dei testi eucaristici del Vaticano II[ Pur non avendo emanato un documento specifico sul tema, come avvenne con il Concilio di Trento, l’Eucaristia è un punto di riferimento costante dell’ecclesiologia del Vaticano II, dalla Sacrosanctum Concilium alla Gaudium et Spes, passando ovviamente per documenti centrali come la Lumen Gentium, la Dei Verbum, i Decreti Christus Dominus, Presbyterorum Ordinis, Perfectae Caritatis, Ad Gentes, Unitatis Redintegratio.], ricordiamo almeno che Paolo VI, durante lo stesso Concilio, ha sentito il bisogno di pubblicare l’Enciclica Mysterium Fidei (3 settembre 1965) sul dogma eucaristico, ed ha voluto che fossero armonicamente raccolti gli insegnamenti eucaristici del Concilio nell’Istruzione Eucharisticum mysterium del 15 agosto 1967.
In questi ultimi anni poi, quasi a sottolineare come l’Eucaristia sta nel cuore della Chiesa[ Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), 2177] e del mondo, la Chiesa cattolica si è dotata di una dottrina impressionante relativa all’Eucaristia. Il 17 aprile 2003, Giovanni Paolo II firmava l’enciclica Ecclesia de Eucharistia (EdE), che trattava del rapporti tra Eucaristia e la Chiesa. Un po’ più tardi egli apriva un anno consacrato all’Eucaristia (ottobre 2004-ottobre 2005) con la lettera apostolica Mane nobiscum Domine (MN) del 7 ottobre 2004.
Tale anno speciale ebbe inizio con il Congresso eucaristico di Guadalajara e terminò con la XI Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sull’Eucaristia tenutosi a Roma dal 3 al 23 ottobre 2005. Benedetto XVI, nell’Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis (SaC) apparsa il 13 marzo 2007, riprendeva quasi totalmente le proposizioni fatte dai vescovi al Sinodo.
Tre testi di grande importanza in quattro anni! Ci sono pochi esempi nella storia della Chiesa di un corpus così consistente in un tempo così ristretto.[ Cfr. J.-L- Bruguès O.P., L’eucharistie et l’urgence du mystère, in Nouvelle revue théologique, Janvier-Mars 2008, pp. 3-25.] Tra le ragioni di una tale urgenza c’è probabilmente la necessità di approfondire il Concilio Vaticano II, la necessità di porre rimedio al crollo della cultura e della pratica cristiana e, non ultimo, la necessità di riscoprire il senso del mistero eucaristico e di viverlo. A partire da questo panorama di fondo si può comprendere meglio il compito e l’impegno dei Congressi Eucaristici per rispondere alle urgenze prioritarie segnalate dalla Chiesa di oggi.

Il rinnovamento permanente della vita eucaristica
Anzitutto, i Congressi Eucaristici Internazionali non sono un privilegio affidato di volta in volta ad una Chiesa locale, ma sono un servizio per il cammino del Popolo di Dio. Perché i fedeli si rendano sempre più consapevoli che la vita Eucaristica non è un “di più”, qualche cosa che resta a lato delle diverse attività che ogni Chiesa particolare è chiamata a svolgere, ma è la fonte e il culmine della vita e dell’attività di tutti i battezzati. In questo senso, il Congresso di Cebu non è solo una grandiosa manifestazione di fede, un grande omaggio reso all’Eucaristia, ma una grazia di rinnovamento permanente della vita eucaristica di tutto il popolo di Dio.
Tale rinnovamento si gioca oggi, anzitutto, nella riscoperta dell’ecclesiologia eucaristica di comunione che è stata il tema centrale del Congresso Eucaristico Internazionale che si è celebrato a Dublino nel 2012, nel cinquantesimo anniversario del Concilio. Tale concetto, secondo il Sinodo straordinario del 1985, riassume l’ecclesiologia conciliare e resta il filo rosso che percorre i documenti del Vaticano II. Infatti, «l’idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio Vaticano II deve essere individuata nella ecclesiologia di comunione… La comunione del corpo eucaristico di Cristo significa e produce, cioè edifica, l’intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che è la Chiesa». [ Relatio finalis, II C 1; in Enchiridion Vaticanum (Bologna, EDB, 19914) vol. 9, p. 1761.]
Questa concezione, ormai ampiamente condivisa nella Chiesa cattolica, è sviluppata in modo convincente nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium. Fin dall’inizio, infatti, la Costituzione dice: «Col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo».[ LG, 3.] A questa affermazione, che fa riferimento a 1Cor 10,17 e che ritorna più volte nel medesimo testo,[ Cfr. per esempio, LG, 7: «Partecipando realmente del corpo del Signore nella frazione del pane eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: “Perché c’è un solo pane, noi tutti non formiamo che un solo corpo, partecipando noi tutti di uno stesso pane” (1 Cor 10,17). Così noi tutti diventiamo membri di quel corpo “e siamo membri gli uni degli altri”». E, ancora, LG, 11: «Cibandosi del corpo di Cristo nella santa comunione, [i fedeli] mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata». Si ricordi che dal n. 7 della LG è stato tratto il tema del 50° Congresso Eucaristico internazionale che si è celebrato a Dublino nel giugno del 2012:«Eucaristia comunione con Cristo e tra noi».] bisogna aggiungere quella del n. 26: «In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto la sacra presidenza del Vescovo viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza” [Tommaso, S. Th. III, q. 73, a. 3]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti “la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che riceviamo” [Leone M., Serm. 63, 7]».
La ricezione sistematica dell’ecclesiologia eucaristica di comunione e stata attuata particolarmente, nei decenni del post-concilio, da San Giovanni Paolo II con l’enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003) il cui programma è tutto nella frase di apertura: «La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa». [ EdE, n. 1.] Affermazione giustificata con il richiamo ad una serie di testi che a partire dai Padri della Chiesa giungono fino all’affermazione di De Lubac: «Se l’Eucaristia edifica la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia, ne consegue che la connessione tra l’una e l’altra è strettissima».[ Cfr. H.de Lubac, Meditazione sulla Chiesa; Milano 1993.]
Ma anche prima, nella Novo millennio ineunte, lo stesso Pontefice, indicando la forza della koinonìa, aveva proposto anche una spiritualità della comunione, precisandola nelle sue manifestazioni e realizzazioni e riprendendo il lessico caro ai Padri medievali che parlavano della comunità cristiana come «casa e scuola di comunione».[ Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte (6 gennaio 2001), 43.] Sì, perché l’ecclesiologia di comunione può diventare strumento e struttura solo se instaura nel tessuto quotidiano delle Chiese una spiritualità di comunione.
Negli ultimi anni, poi, Benedetto XVI ha affrontato le conseguenze pastorali, ecclesiologiche ed ecumeniche di questo ricentramento nella terza parte dell’esortazione apostolica Sacramentum Caritatis il cui titolo («Eucaristia, mistero da vivere») già indica la dimensione ecclesiale dell’Eucaristia e, insieme, la dimensione eucaristica della Chiesa. Realtà, queste, che lo stesso Pontefice ha sottolineato proprio nella sua omelia per la Statio Orbis finale del 49° CEI di Quebec (2008): «È ricevendo il Corpo di Cristo che riceviamo la forza “dell’unità con Dio e con gli altri”. Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è costruita intorno a Cristo e che, come hanno detto sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e sant’Alberto Magno, seguendo san Paolo (cfr 1 Cor, 10, 17), l’Eucaristia è il sacramento dell’unità della Chiesa perché tutti noi formiamo un solo corpo di cui il Signore è il capo. Dobbiamo ritornare continuamente indietro all’ultima cena del giovedì santo, dove abbiamo ricevuto un pegno del mistero della nostra redenzione sulla croce. L’ultima cena è il luogo della Chiesa nascente, il grembo che contiene la Chiesa di ogni tempo». [ AAS C/7, pp. 483-484.]
Dell’approfondimento del tema fondamentale dell’ecclesiologia di comunione si è occupato in modo pieno il Congresso di Dublino del 2012. Con la sua trama teologico-pastorale e le sue testimonianze[ Il materiale del 50° Congresso Eucaristico Internazionale di Dublino è stato raccolto, a cura della Segreteria del Comitato locale, in tre grossi volumi: il primo presenta gli atti del Simposio teologico (50th International Eucharistic Congress, Proceedings of the International Symposium of Theology; Dublin 2013, pp. 1024); il secondo offre le catechesi tenute durante le sessioni plenarie (50th International Eucharistic Congress, Proceedings of Plenary Sessions; Dublin 2013, pp. 350); l’ultimo riporta una vasta selezione delle catechesi presentate nelle sessioni “concorrenti” (50th International Eucharistic Congress, Selection from Concurrent Sessions; Dublin 2013, pp. 752).] esso ci ha convinti che, nelle Chiese particolari, l’Eucaristia è insieme il seme e il frutto della comunione ecclesiale costruita a partire dal primato della Parola di Dio (ribadito dal Sinodo de 1985 che parla della Chiesa «sub Verbo Dei») e manifestato nella vita di carità dei cristiani e nel loro servizio agli ultimi.
Tocca ora ad ogni parrocchia (che altro non è se non una vera e propria comunità eucaristica inserita in un territorio particolare), dimostrare la maturità del dono per gli altri, dell’ascolto reciproco, della disponibilità e della collaborazione concreta affinché la comunità dei fedeli diventi la casa di Dio e dei fratelli in mezzo alle case degli uomini. Tocca ora alle nostre comunità locali, non solo preservare le antiche forme di devozione eucaristica ma rinnovarle, dando loro sostanza ed equilibrio secondo la forma teologica dell’ecclesiologia di comunione. Tutte le devozioni eucaristiche infatti, pur spiritualmente feconde, sono cresciute sulla base di una teologia individualistica che deve essere rinnovata nell’ottica più generale di una ecclesiologia orientata verso la comunione.[ Ben comprese, queste pratiche devono essere raccomandate ed incoraggiate come lo fanno giustamente l’enciclica Ecclesia de Eucaristia (n. 10 e soprattutto i nn. 47-52) e il documento postsinodale Sacramentum Caritatis. ] Questo rinnovamento è un altro dei compiti che Benedetto XVI ha affidato in tempi recenti ai Congressi Eucaristici.[ Benedetto XVI, Ad Plenariam Sessionem Pontificii Comitatus Eucharisticis Internationalibus Conventibus provehendis, in AAS CII/12, pp.900-902.] Compito che potrebbe compiersi secondo l’indicazione offerta dalle parole di sant’Agostino: «Se voi siete il suo corpo e le sue membra, sulla mensa del Signore è deposto quel che è il vostro mistero; sì, voi ricevete quel che è il vostro mistero».[ Sermo 272, PL 38, 1247.]

Al servizio della missione
Se Dublino ha approfondito l’ecclesiologia di comunione, il 51° Congresso Eucaristico che si prepara qui a Cebu, nel cuore dell’Asia, ci aiuta ad aprire gli occhi sulla realtà della missione che sgorga come un fiume di acqua viva (cfr. Ez 47, 1-12), dall’Eucaristia. Perché l’Eucaristia, nelle singole Chiese particolari così come nell’insieme della Chiesa universale, è fonte e culmine della missione della Chiesa.[ Cfr. Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum Ordinis (PO): «L’eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (n. 5).] Infatti, «non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera, deve spingere sia alle diverse opere di carità, e al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana».[ PO, 6.]
Si potrebbe dire che Cristo è eucaristia per la Chiesa affinché la Chiesa sia eucaristia per il mondo. Allo stesso modo, Cristo è salvezza per la Chiesa e la Chiesa, corpo del Signore percorso dal suo Spirito, diventa salvezza per il mondo, attraverso il suo dono di comunione e di servizio.
I Congressi Eucaristici sono ben consapevoli di ciò. Essi, infatti, insieme alle Giornate mondiali della gioventù, della famiglia, ecc… restano una risorsa straordinaria per testimoniare, attraverso la celebrazione periodica della loro statio orbis, che l’Eucaristia non è solo la fonte della vita della Chiesa ma anche il luogo della sua proiezione nel mondo. Quest’urgenza del tempo presente viene declinata oggi da Papa Francesco ricorrendo alle espressioni ormai ben note di «Chiesa in uscita» e di «periferie».[ Cfr. Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (EG) del 24 novembre 2013, nn. 20-24.]
La scelta della «Chiesa in uscita» non è nuova per i Congressi Eucaristici celebrati fino ad ora. Il rapporto tra Eucaristia/evangelizzazione/missione, tornato ora prepotentemente alla ribalta, è entrato spesso nel corpo dei Congressi. Già a partire dagli anni Venti del Novecento, sotto il pontificato di Pio XI, i Congressi Eucaristici si impegnarono a sviluppare il binomio Eucaristia/missione evangelizzatrice coinvolgendo numerose Chiese particolari dei cinque continenti.[ Con i Congressi Eucaristici di Chicago (1926), Sydney (1928), Cartagine (1930), Dublino (1932), Buenos Aires (1034) e Manila (1937).] In tempi più recenti, dalla fine degli anni Ottanta, il rapporto tra nuova evangelizzazione/missione ed Eucaristia è diventato uno dei capisaldi della celebrazione di ogni Congresso eucaristico. Di fronte alle sfide del mondo moderno, la celebrazione quadriennale della statio orbis diventa una straordinaria occasione per rivitalizzare il corpo ecclesiale, ponendo al centro la figura di Gesù Cristo e l’incontro con Lui, che dona lo Spirito Santo e le energie per annunciare il Vangelo attraverso nuove strade capaci di raggiungere ogni ambiente e ogni cultura.
San Giovanni Paolo II il 13 giugno del 1993, durante l’adorazione eucaristica nella cattedrale di Siviglia nel corso del 45° Congresso Eucaristico Internazionale esortava: «Chiedete con me a Gesù Cristo… che dopo questo Congresso Eucaristico, tutta la Chiesa esca rafforzata per la nuova evangelizzazione di cui il mondo intero ha bisogno…Evangelizzazione per l’Eucaristia, nell’Eucaristia e dall’Eucaristia: sono tre aspetti inseparabili di come la Chiesa vive il mistero di Cristo e compie la missione di comunicarlo agli uomini».[ Cfr. Pontificius Comitatus (curavit), XLV Conventus Eucharisticus Internationalis Sevilla 7-13.VI.1993. Christus Lumen Gentium Eucharistia et evangelizatio, Ex Aedibus Vaticanis mcmlxxxxiiii, p. 1108.]
La celebrazione di un Congresso eucaristico offre l’occasione per l’inculturazione del Vangelo e l’evangelizzazione delle culture. Un esempio di come i Congressi eucaristici siano mezzi privilegiati di evangelizzazione missionaria lo si è visto, per esempio, nell’influenza che il Congresso di Seul (1989) sui cristiani ma anche sulla maggioranza non cristiana di quel Paese. In quell’occasione si è reso palese che davvero l’Eucaristia è «la fonte è il culmine di tutta l’evangelizzazione».
La celebrazione eucaristica è «fonte di missione»[ XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Elenco finale delle proposizioni, n. 42; in Synodus Episcoporum Bollettino 22.10.2005.
] perché essa risveglia nel discepolo la volontà decisa di annunciare agli altri, con audacia, quanto ha ascoltato e vissuto. Così si spalancano le porte sul mondo.
In fondo, questo è quanto si sperimenta, domenica dopo domenica, nelle nostre comunità. In quello che noi chiamiamo, a ragione, il Giorno del Signore (Ap 1,10), c’è una convergenza particolare di uomini e di donne di ogni razza, lingua, popolo e nazione (Ap 7,9) che si mettono in cammino verso una serie di cattedrali, chiese parrocchiali… ma anche cappelle, santuari, oratori. Un immenso fiume di credenti che procede, ogni domenica, senza tamburi né fanfare, umilmente, senza rumore; immenso fiume che raccoglie i cristiani provenienti da città, paesi e campagne: dalla Scandinavia fino al Mediterraneo; dalle Americhe; dall’Asia; dall’Africa; dall’Australia.
Centinaia di migliaia di battezzati che si uniscono in assemblea intorno all’altare del Signore, per diventare insieme il Corpo di Cristo nel cuore del nostro mondo. Una volta, poi, che la Messa è stata celebrata da un confine all’altro della terra, i fedeli congedati in pace, di nuovo si rimettono in cammino, anche se in senso inverso. Con un movimento eucaristico di sistole e diastole, queste assemblee liturgiche, sciogliendosi pian piano, si disperdono come seme nei solchi della terra. Così da venti secoli i cristiani ritornano alle loro case, alle scuole, agli uffici, al commercio, ai luoghi del tempo libero, tracciando percorsi nuovi che formano la trama segreta del Regno.
In questo modo si raggiungono le periferie di cui parla Papa Francesco, che sono quelle geografiche dei popoli non ancora evangelizzati e quelle di quanti si trovano distanti dal cuore pulsante della comunità ecclesiale. Esse comprendono i cosiddetti “lontani”, che hanno ricevuto un primo annuncio della buona novella e si sono poi allontanati dalla fede per le vicissitudini della vita, ma anche i cercatori di Dio ancora nascosti, che avvertono nel cuore la nostalgia dell’Altissimo ma non conoscono la strada per contemplare il suo volto e ricevere il dono dell’amore che salva.
Ebbene, i Congressi Eucaristici che abitano questa Chiesa «in uscita», lavorano per un’eucaristia “missionaria” con il loro impegno per la formazione e per una celebrazione autentica.
2.2.1. Il Congresso come spazio di formazione.
La celebrazione di un Congresso non si riduce alla sua settimana conclusiva ma si concretizza in un significativo cammino di formazione dei pastori e dei fedeli attraverso i normali strumenti della catechesi diocesana e parrocchiale, affinché il popolo di Dio sempre più si avvicini alla comprensione autentica del Sacramento.
Tuttavia che anche la settimana conclusiva assume una forte valenza formativa con l’offerta di una catechesi solida che approfondisce il tema proposto e con la presentazione di testimonianze coinvolgenti. Questo compito di discernimento è proprio del Comitato locale e, in particolare, della commissione teologica, in accordo con il Pontificio Comitato.
2.2.2. Il Congresso come luogo di celebrazioni autentiche ed esemplari.
La celebrazione esemplare dell’Eucaristia durante il Congresso è uno dei punti qualificanti dell’evento e su di essa bisogna porre la più grande attenzione possibile.
Si sa bene che la pietà e la devozione eucaristica hanno percorso in modo collaterale secoli di sottovalutazione della liturgia. E questo si sperimenta ancora in molti ambiti legati alle devozioni popolari. È necessario, dunque, che la liturgia, a partire dal posto che le è stato assegnato dalla riforma conciliare, riprenda la sua centralità plasmatrice perché essa è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia». [ Cfr. Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (SC), 10]
Durante il Congresso si dovrà chiaramente percepire che tutte le azioni liturgiche – l’Eucaristia, la Liturgia delle Ore, i diversi Sacramenti e, insieme, l’assemblea riunita, i simboli, i gesti, le parole – sono essenzialmente celebrazioni della Pasqua di Cristo, vale a dire dell’evento escatologico per eccellenza: «Uniti nell’amore celebriamo la morte del tuo Figlio, con fede viva proclamiamo la sua risurrezione, attendiamo con ferma speranza la sua venuta nella gloria».[ «Cuius [Christi] mortem in caritate celebramus, / resurrectionem fide vivida confitemur, / adventum in gloria spe firmissima praestolamur»; in Missale Romanum (Editio typica tertia, MMVIII) Ordo Missae, Praefatio communis V, p. 561).]

Il lavoro dei Delegati Nazionali

All’interno di queste dinamiche ecclesiali, si colloca il ruolo dei Delegati Nazionali chiamati ad impegnarsi, all’interno del loro Paese nella preparazione del Congresso ma non solo.

Sensibilizzare al tema del Congresso
In preparazione al Congresso Internazionale, i Delegati nazionali sono chiamati a sensibilizzare al tema del Congresso. A livello teologico, e in collaborazione con quanti hanno a cuore la centralità del mistero eucaristico nella Chiesa, il Delegato nazionale ha il compito di intraprendere e sostenere tutte le iniziative che possono portare alla migliore conoscenza del mistero eucaristico. Come avviene, concretamente, questa sensibilizzazione delle Chiese particolari?
Anzitutto ogni Delegato Nazionale deve informare la Conferenza Episcopale del Congresso, farne conoscere il tema e le possibilità di inserire lo stesso tema nel programma pastorale delle Chiese locali, aiutando così i diversi episcopati e le diverse comunità a prendere coscienza di quanto si muove all’interno della Chiesa universale.
Questa presa di coscienza si potrà fare in collaborazione con gli organismi della Conferenza Episcopale (per es., la commissione liturgica, catechetica; la commissione della vita consacrata, del laicato, delle comunicazioni sociali…) organizzando giornate di studio, incontri per sacerdoti, religiosi/e, per laici impegnati e per giovani approfittando dei tempi forti dell’avvento e della Quaresima e del lavoro pastorale che precede e segue la Festa del Corpus Domini.
Il secondo modo concreto consiste nella traduzione e diffusione del testo base nel proprio Paese – sempre con l’aiuto della Conferenza Episcopale – attraverso un’editrice cattolica o riviste specializzate, attraverso la stampa, i mass-media e i centri pastorali che ne promuoveranno a loro volta l’approfondimento nelle parrocchie e comunità religiose (il sito dei Congressi eucaristici ha il testo base in ben sei lingue occidentali…).

Trasformare il Congresso in un’esperienza di Chiesa
I Congressi hanno una «finalità squisitamente ecclesiale».[ Cfr. Giovanni Paolo II, Ad sodales Comitatus Eucharisticis Conventibus provehendis in AAS XCV/3, pp. 203-205.
] L’unità, la comunione, il fervore eucaristico che si vivono in questi tempi forti grazie alla partecipazione dei fedeli di varia provenienza aiutano a costruire un senso ecclesiale più autentico ed universale. Ogni Delegato Nazionale ha dunque il compito si lavorare generosamente all’interno della sua Conferenza episcopale e del suo Paese al fine di organizzare la partecipazione almeno di una rappresentanza di fedeli alla celebrazione del Congresso di Cebu. Per promuovere la partecipazione e lo spirito di comunione ecclesiale, si potrà pensare anche alla celebrazione di congressi Eucaristici nazionali, diocesani, o regionali. Perché il tema dell’Eucaristia «fonte della vita e della missione della Chiesa» è un tema che è all’ordine del giorno nel cammino di tutte le Chiese particolari.
Ritrovarsi a Cebu per il Congresso significa, così, manifestare in modo pieno e vero la comunione ecclesiale attraverso la condivisione dei doni tra le diverse Chiese. Perché la comunione è autentica quando è plurale, secondo l’Ecclesiae primitivae forma.
Plurali sono il Vangelo dell’unico Signore Gesù Cristo – «lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8) – perché non la fissità di uno scritto, bensì quattro annunci diversi mossi dalla dinamicità dello Spirito Santo sono all’origine del cristianesimo. Fin dall’inizio, poi, plurali non sono solo le espressioni scritturistiche, ma anche quelle ecclesiologie, cristologiche, di prassi liturgiche, di testimonianze e forme della missio, di spiritualità… Questa pluralità – che riflette la policromia e l’inesauribilità del mistero di Cristo accolto in culture diverse – è ricchezza di doni, è condivisione dei beni, è moltiplicazione dei pani.
Sì, se si accoglie la diversità come un dono e non la si ritiene un’anomalia, se si sanno accogliere le particolarità delle Chiese locali, le ricchezze e i tesori che le vengono apportati dalle varie culture e tradizioni, se si attua lo scambio di tali ricchezze, allora la Chiesa risplende della «multiforme sapienza di Dio» (Ef 3, 10) e della «multiforme grazia di Dio» (1Pt 4, 10).
Questo è il modo per vivere il Congresso come esperienza “cattolica”, per animare con le sue luci, la sua testimonianza, i suoi frutti, le sue esperienze vitali e condivise, la vita eucaristica dei fedeli. Ecco perché è necessario che ci sia una rappresentanza dei diversi Paesi al Congresso di Cebu, non per fare numero ma per mostrare come la Chiesa è una e la varietà dei doni ne arricchisce il volto e rilancia la sua presenza missionaria nel mondo.

Animatori di comunità eucaristiche
Se lo scopo di ogni Congresso è quello di radunare intorno alla mensa del Signore il popolo santo di Dio proveniente dai quattro punti cardinali del mondo perché, intorno al Santo Padre o al suo rappresentante, celebri in modo eminente il sacramento dell’amore di Dio, sperimenti il vincolo della carità ed assuma l’impegno per la missione, – i Delegati nazionali devono poi riportare nelle loro comunità lo spirito di fervore eucaristico e di comunione che si vive in questi tempi forti di celebrazione, di preghiera, di riflessione e di condivisione.
Diceva San Giovanni Paolo II che il Congresso vissuto in profondità «diventa fuoco per forgiare animatori di comunità eucaristiche vive ed evangelizzatori di quei gruppi che non conoscono ancora in profondità l’amore che si cela nell’Eucaristia».[ Ibid.]
Di questa attività dei Delegati nel post Congresso o tra un Congresso e l’altro, fa parte anche quella forma di collaborazione – richiesta dallo Statuto – che consiste nel far pervenire al Comitato Pontificio la documentazione e le informazioni pertinenti sui Congressi Eucaristici nazionali e locali e sul culto eucaristico nei rispettivi Paesi. Queste informazioni sono di grande aiuto per mantenere vivo – nei pastori e nei fedeli – il senso dell’Eucaristia «pro mundi vita», per la salvezza del mondo.
L’immagine del Delegato nazionale che ne esce è quella di un animatore permanente dell’Eucaristia nei rispettivi Paesi e Chiese particolari per mantenere vivo lo slancio e la fiamma del Congresso.
Con l’intraprendenza creativa di ogni Delegato, il Congresso deve coinvolgere ogni diocesi, ogni parrocchia, le comunità religiose e i movimenti ecclesiali; tutti dovrebbero sentirsi chiamati a parteciparvi spiritualmente con una più intensa catechesi sull’Eucaristia, con una più consapevole ed attiva partecipazione alla Liturgia eucaristica e con un senso di adorazione che aiuta ad interiorizzare la celebrazione del mistero pasquale che – secondo l’esempio di Cristo – trasformi la vita intera in una offerta per la vita del mondo.

4. Un’eredità feconda

Nella loro storia lunga ormai 134 anni, i congressi eucaristici internazionali non solo hanno manifestato la fede della Chiesa nei riguardi dell’Eucaristia ma sono stati anche specchio della vita eucaristica della Chiesa del tempo. Non solo hanno mostrato la ricchezza dell’Eucaristia celebrata, venerata e vissuta nelle varie culture, ma hanno spesso manifestato uno slancio profetico anticipando il posto centrale che la celebrazione dell’Eucaristia nella Chiesa ha assunto con il Concilio Vaticano II. Questo movimento eucaristico ha percorso la storia della Chiesa tra Ottocento e Novecento fino al tempo presente, portando frutti inestimabili di santità e di crescita ecclesiale.
Oggi la sua eredità non si è trasferita come il mantello di Elia ad alcune associazioni superstiti, né è limitata ai movimenti carismatici apparsi negli anni ’70 del Novecento, i quali pongono al centro della loro spiritualità le devozioni eucaristiche. Essa non può limitarsi neppure alla memoria storica delle Congregazioni religiose che hanno svolto un ruolo straordinario in questo campo né all’attivismo di quei movimenti ecclesiali su cui sembra ricadere il compito dell’evangelizzazione.
Oggi la forza eucaristica, già così dinamicamente espressa dal movimento eucaristico internazionale d’un tempo, sopravvive e cresce nelle Chiese particolari che nell’Eucaristia continuano a celebrare insieme la sorgente e il culmine del loro cammino di comunione. Sopravvive e cresce in quei battezzati che, dopo avere celebrato l’Eucaristia, ritornano nel mondo portandovi “il corpo” di Cristo. È attraverso questi «uomini e donne eucaristici» (cfr. Col 3,15)[ Cfr. E. Bianchi, L’Eucaristia e la città, Bose 2002. Sullo stesso tema cfr. la relazione tenuta da Dossetti al Congresso eucaristico diocesano di Bologna nel 1987 (G. Dossetti, Eucaristia e città, Roma 1997).] che l’Eucaristia continua a sviluppare tutta la sua forza vitale e a costruire vincoli di carità.
«Nella santissima Eucaristia – dice il testo conciliare della PO – è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua e pane vivo, che mediante la sua carne, vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini». [ PO, 5.]
Il Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, insieme con i Delegati Nazionali, è al servizio di questo mistero ineffabile nella Chiesa, a livello universale e locale. Un servizio di fede e di amore, d’intelligenza e di cultura, di pastorale e di spiritualità, per celebrare la presenza del Signore, offrire al Padre nello Spirito il sacrificio eucaristico, accogliere e accettare questo dono immenso, custodirlo amorevolmente, adorarlo con una fede viva nella varietà delle espressioni della fede e della pietà popolare, per diffondere nel mondo questa presenza di verità e di grazia: «sacramentum pietatis, signum unitatis,vinculum caritatis».
È con questo spirito che nei prossimi mesi lavoreremo insieme per la preparazione del Congresso di Cebu, consapevoli che vi è in gioco la missione della Chiesa in Asia, lo sforzo missionario della Chiesa intera, l’impegno della “prima” e della “nuova” evangelizzazione. Che i cristiani di ogni latitudine possano sperimentare, anche per mezzo dell’opera dei delegati Nazionali, che «Cristo in voi», cioè la presenza del Risorto nel nostro povero mondo, è «speranza della gloria», manifestazione dell’amore di Dio nel volto del Figlio fattosi servo fino alla fine.

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