Un Congresso eucaristico ad Oriente di S. E. Mons. Piero Marini, Presidente Sommario

 

 

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Assemblea Plenaria

in preparazione del 51° CEI
Cebu, 25-27 aprile 2015

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Un Congresso eucaristico ad Oriente

di S. E. Mons. Piero Marini, Presidente

Sommario

La Chiesa in Asia
La Chiesa in Asia: passato e presente
Un cristianesimo minoritario ma vivo
Le sfide della Chiesa in Asia

2. L’Eucaristia, fonte e culmine della missione della Chiesa in Asia
2.1. L’Eucaristia costruisce la Chiesa come comunità di dialogo
2.1.1. Dialogo come servizio al mondo
2.1.2. Dialogo come caratteristica della “Chiesa in uscita”

2.2. L’Eucaristia costruisce la Chiesa come comunità di carità
2.2.1. La Chiesa della carità è povera
2.2.2. La Chiesa della carità è umile

2.3. L’Eucaristia costruisce la Chiesa missionaria

3. Conclusione
Un Congresso eucaristico ad Oriente

Quasi duemila anni or sono l’Apostolo Paolo si rivolgeva dall’Oriente ai fedeli della Chiesa di Roma esclamando: «Rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché della vostra fede si parla nel mondo intero» (Rm 1,8). E subito aggiungeva: «Desidero ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1,11-12). Oggi le stesse parole risuonano sulla bocca dei cristiani d’Occidente riguardo ai loro fratelli delle Chiese d’Asia[ Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Orientale Lumen [OL] in occasione del centenario della Orientalium Dignitas di Papa Leone XIII (2 maggio 1995), n. 22.] e disegnano lo sfondo di questo importante incontro di Cebu per preparare il Congresso Eucaristico Internazionale del 2016.
L’Asia si colloca nel cuore della Chiesa anzitutto per i disegni della Provvidenza perché il Dio della salvezza ha scelto «di dare inizio al suo piano salvifico sul suolo dell’Asia, mediante uomini e donne di quel continente. È stato in Asia, infatti, che Dio sin dall’inizio rivelò e portò a compimento il suo progetto salvifico… Nella “pienezza del tempo” inviò l’Unigenito suo Figlio, Gesù Cristo il Salvatore, che si incarnò come asiatico… Dato che Gesù è nato, vissuto, morto e risorto in Terra Santa, questa piccola porzione dell’Asia occidentale è diventata terra di promessa e di speranza per tutto il genere umano».[ Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia In Asia (6 novembre 1999) [EA], 1. L’Assemblea Speciale per l’Asia del Sinodo dei Vescovi si è svolta in Vaticano dal 18 aprile al 14 maggio 1998.]
Recentemente, poi, Papa Francesco, con i suoi viaggi apostolici prima in Corea (13-18 agosto 2014) e, pochi mesi or sono, in Sri Lanka e Filippine (12-19 gennaio 2015), ha avuto modo di sottolineare che in questo continente, dove la fede cristiana s’incontra con antichissime culture e religioni locali, si gioca la sfida dell’evangelizzazione.
La diffusione della fede cristiana nel continente asiatico è iniziata quando nel suo estremo lembo occidentale, a Gerusalemme, Gesù alitò sui discepoli lo Spirito Santo e li inviò sino ai confini della terra Gv 20, 21, cfr Mt 28, 18-20; Mc 16, 15-18; Lc 24, 47; At 1, 8). Per questo l’assemblea speciale per l’Asia del Sinodo dei Vescovi del 1998, ha ricordato che la storia della Chiesa in Asia è antica quanto la Chiesa stessa dato che sul suolo di questo immenso continente è nata la comunità primitiva che ha ricevuto e udito sin dagli inizi l’annuncio evangelico della salvezza. Seguendo il comando del Signore, gli Apostoli vi predicarono la Parola e vi impiantarono le prime Chiese. Eppure – mistero della storia della salvezza! – il Salvatore del mondo, nato in Asia, è rimasto fino ad ora largamente sconosciuto ai popoli del Continente asiatico.[ EA, 2.]

LA CHIESA IN ASIA
La Chiesa in Asia, passato e presente

Anche se non possiamo, in questo contesto, riproporre in modo disteso la storia affascinante e complessa della Chiesa in Asia, e tuttavia è necessario ricordare almeno le grandi linee del dispiegarsi del Vangelo in questo continente.
Da Gerusalemme, la Chiesa si diffuse ad Antiochia, a Roma e oltre, raggiungendo l’Etiopia al sud, la Scizia al nord e l’India all’est. In India infatti, all’inizio dell’era cristiana, «l’apostolo Tommaso, secondo la tradizione, recò l’annuncio evangelico».[ Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Tertio millennio adveniente [TMA] (10 novembre 1994), 25] Tale tradizione forte, viva e costante, racconta che Tommaso giunse nel meridione del subcontinente indiano nell’anno 52 d.C. e, dopo avervi fondato alcune comunità cristiane, il 3 luglio del 72 d.C. sigillò la fede della sua Chiesa nascente con lo spargimento del proprio sangue a Mylapore, vicino Madras nel Tamilnadu. Il fruttuoso intreccio tra la cultura indiana bagnata dal sangue apostolico e la fede cristiana, diede origine ad un cristianesimo arricchito dai valori religiosi indiani e nutrito dalla vita eroica di numerosi battezzati.
Purtroppo i missionari occidentali, giunti in India dal Portogallo all’alba del XVI secolo, formati nella cultura monarchica medioevale del colonialismo e nel sistema teologico scolastico, non furono generalmente in grado di comprendere e apprezzare la Chiesa dei Cristiani di San Tommaso, autenticamente orientale e radicata nell’humus di quel popolo, e avviarono un processo di occidentalizzazione, interpretando gli elementi orientali e le usanze indiane come espressioni di scisma, eresia o superstizione.[ P. Pallath, Le chiese orientali dell’India, in Antiche Chiese Orientali (Credere Oggi n. 147/2005), pp. 95-110]
Benché l’apostolo Tommaso avesse ordinato ministri sacri che gli succedessero nelle comunità cristiane da lui costituite, da tempo immemorabile i Cristiani di San Tommaso dovettero dipendere dai patriarchi della Chiesa siriana basati a Seleucia, città situata in posizione strategica tra il Tigri e l’Eufrate, a poca distanza dall’attuale Bagdad, centro del commercio tra l’Europa e l’Asia.
E proprio a partire dalla Mesopotamia i mercanti persiani, nel V secolo, portarono la Buona Novella in Cina dove all’inizio del VII secolo fu costruita la prima chiesa. In Cina la Chiesa fiorì per quasi due secoli durante la dinastia T’ang (618-907 d.C.), per poi declinare e morire alla fine del primo millennio.[ Il Museo Vaticano conserva una esatta riproduzione della celebre lapide con iscrizione siriaca di Si-ngan-fu, eretta nel 781 nel recinto di un monastero fondato nel 638 per ordine dell’imperatore T’ai Tsung nel sobborgo della sua capitale, nel Shansi (Cina). Da questa lapide e da altri documenti si deduce che la fede cristiana si era largamente diffusa nella capitale cinese ed in varie città, specialmente in quelle che si trovavano sulle vie commerciali. ]
In questo tempo, attraverso tutta l’Asia centrale e fino alla Mongolia furono fondate molte sedi episcopali “nestoriane” [ In realtà la qualifica di “nestoriana” per l’antica Chiesa assira è del tutto impropria perché queste Chiese orientali non furono coinvolte nella controversia tutta interna all’impero romano. Nestorio non era un assiro, né conosceva la lingua siriaca (originario di Antiochia fu patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431) e il suo rivale Cirillo era patriarca di Alessandria. I membri della Chiesa d’Oriente non ebbero nulla a che vedere con la controversia nestoriana e fu solo dopo la morte di Nestorio nel 451, che i cristiani dell’impero persiano ebbero notizia della controversia. Semplicemente essi dichiararono che la posizione presa da Nestorio concordava con la convinzione che si era sempre mantenuta nella loro Chiesa. Oggi queste Chiese sono definite in modo più appropriato “caldee”. Cfr. Mark Dickens, The Church of the East, in Li Tang, Dietmar W. Winkler (a cura di), From the Oxus River to the Chinese Shores: Studies on East Syriac Christianity in China and Central Asia; LIT Verlag Münster, 2013, pp. 457 ss.] (per es. Samarcanda dal secolo VIII). A partire dalla metà del VI secolo questa Chiesa orientale si era diffusa, oltre che in Siria e Mesopotamia, in Arabia, Persia, India, Ceylon, Cina e Mongolia. Furono pochi i luoghi in tutta l’Asia che non furono raggiunti, prima o poi, dalla straordinaria attività di quei missionari che provenivano dalla terra natale di Abramo, il padre dei credenti. Secondo alcune fonti, nell’XI secolo, la Chiesa caldea contava più fedeli della Chiesa greca e romana messe insieme.[ Per una conoscenza almeno sommaria di questa storia si possono consultare con frutto: G. Fedalto, Le chiese d’Oriente, 3 voll., Milano (Jaca Book) 1984-1995; N. Zernov, Il cristianesimo orientale, Milano (Mondadori) 1990; V. Peri, Orientalis varietas. Roma e le chiese d’Oriente, Roma (Pontificio Istituto Orientale) 1994; F. Carcione, Le chiese d’Oriente, Cinisello B. (San Paolo) 1998; E.G. Farrugia (ed.), Dizionario enciclopedico dell’Oriente cristiano, Pontificio Istituto Orientale, Roma 2000; E. Morini, Gli ortodossi, Bologna (Il Mulino) 2002; H.-D. Döpmann, Le chiese ortodosse. Nascita, storia e diffusione delle chiese ortodosse nel mondo, Genova (ECIG)2003.]
Nel tredicesimo secolo, la Buona Novella fu annunciata ai Tartari e, ancora una volta, ai Cinesi per opera di missionari francescani guidati da Giovanni da Monte Corvino che fu il primo vescovo di Pechino,[ Cfr. Aa. Vv., I Francescani e la Cina. 800 anni di storia; Assisi (Ed. Porziuncola) 2001.] ma il cristianesimo quasi scomparve in queste regioni per una serie di cause, tra le quali l’isolamento geografico, l’assenza di un appropriato adattamento alle culture locali e l’insorgere dell’Islam. Seguì così, alla fine del XIV secolo, un drammatico ridimensionamento della Chiesa in Asia, eccezion fatta per le comunità isolate dell’India meridionale.
La missione verso l’Oriente riprese nel XVI secolo grazie alle fatiche apostoliche di cristiani straordinari come Francesco Saverio, Alessandro Valignano[ V. Volpi, Il Visitatore. Un testimone oculare nel misterioso Giappone del XVI secolo; Piemme, Casale Monferrato 2004.] e Matteo Ricci[ Cfr. L. Mezzadri e P. Vismara, La Chiesa tra rinascimento e illuminismo, Roma (Città Nuova) 2006; pp. 197-202. L’eredità più preziosa dei missionari gesuiti Alessandro Valignano e Matteo Ricci è, per unanime convinzione, il metodo dell’«accomodamento», adottato in Giappone in Cina. Si trattava della più significativa alternativa di dialogo culturale all’azione coloniale ed economica delle potenze europee in Asia orientale. Pochi anni dopo, altri gesuiti, quali Roberto de Nobili (1577-1656) in India e Alessandro De Rhodes (1591-1660) in Vietnam, si sono ispirati a questo metodo di evangelizzazione.] e, più tardi, con la fondazione della Congregazione di Propaganda Fide per opera di Papa Gregorio XV (1622). Le direttive ai missionari di rispettare ed apprezzare le culture locali contribuirono, nel corso del XVII secolo, a conseguire risultati più positivi. Nel diciannovesimo secolo, l’attività missionaria si intensificò e varie congregazioni religiose si dedicarono totalmente a questo scopo dando spazio all’edificazione delle Chiese locali ed accompagnando la predicazione del Vangelo con attività educative e caritative. La Buona Novella raggiunse un vasto numero di persone, specialmente tra i poveri e gli svantaggiati, ma anche, qua e là, tra l’élite sociale e intellettuale. Furono effettuati nuovi tentativi di inculturazione della Buona Novella, anche se non si rivelarono sufficienti.
Nonostante la plurisecolare presenza e i suoi sforzi apostolici, la Chiesa in molti Paesi era ancora considerata estranea all’Asia e di fatto è associata, nella mentalità popolare, con le potenze occidentali.
Grazie all’impulso fornito dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha maturato una nuova comprensione della propria missione. Si è formato un nuovo quadro di riferimento basato sull’universa-lità del piano salvifico di Dio, sulla natura missionaria della vocazione cristiana, sulla responsabilità di ogni battezzato nella diffusione del Vangelo. Cose tutte che hanno trovato una feconda sintesi nel decreto conciliare Ad Gentes sull’attività missionaria.[ W. Insero, La Chiesa è «missionaria per sua natura» (AG 2). origine e contenuto dell’affermazione conciliare e la sua recezione nel dopo Concilio; Roma (Ed. Pontificia Università Gregoriana) 2007. Cfr. anche la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina Della Fede Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa (2000). Cfr. Giacomo Canobbio e Piero Coda, La teologia del XX secolo: prospettive sistematiche, Roma (Città Nuova) 2003.] Durante l’Assemblea speciale del Sinodo per l’Asia, i Padri hanno reso testimonianza alla recente crescita della comunità ecclesiale tra molti e diversi popoli, in varie parti del Continente.

Un cristianesimo minoritario ma vivo

Il cristianesimo è oggi, in Asia, «un piccolo resto», una minoranza. E tuttavia è un cristianesimo vivo. Se si consultano i dati più recenti dell’Annuario statistico vaticano[ Annuarium Statisticum Ecclesiae 2012, Libreria Editrice Vaticana 2014], si scopre che i cattolici asiatici sono 134 milioni, cioè il 3% degli abitanti del loro continente, ma l’11 % dei cattolici del mondo. Gli ultimi viaggi del Papa hanno raggiunto quei Paesi che hanno un numero di cattolici superiore alla media del continente, ma il cattolicesimo sta crescendo anche altrove, soprattutto in Cina, India e Vietnam, Paese questo in cui la crescita è esponenziale, perché dai 1,9 milioni di cattolici del 1975 si è giunti ai 6,8 milioni di oggi.
Qui nelle Filippine, la religione cristiana, portata dagli spagnoli quasi cinque secoli or sono, si è innestata sulle culture e religioni tradizionali, offrendo un esempio di inculturazione che non trova uguali in tutta l’Asia. Dopo il primo annuncio del Vangelo risalente al 1521, le Filippine entrarono nell’area d’espansione coloniale spagnola e furono condotte al cristianesimo con lo stesso metodo usato nelle colonie americane. I missionari dovettero anche qui farsi difensori degli indigeni contro i conquistatori. All’inizio l’opera di evangelizzazione fu intrapresa dagli agostiniani; in seguito prevalse l’apporto dei francescani. Nel 1592 i domenicani vi eressero una provincia propria; i gesuiti fecero altrettanto nel 1606. Manila, sede vescovile dal 1578, divenne archidiocesi nel 1595 ed ebbe tre suffraganee: Nueva Segovia, Nueva Cáceres e Cebu. Verso la metà del XVII secolo, le Filippine contavano 2 milioni di cristiani. Un ostacolo per l’evangelizzazione fu costituito dal fatto che la Spagna non si decideva a creare vescovi autoctoni. Quando nel 1898 gli spagnoli persero la colonia a vantaggio degli USA, nessun filippino era ancora stato eletto vescovo.[ Cfr. P. de Charentenay, Les Philippines, archipel asiatique et catolique, Namour-Paris (Lessius) 2015. Utile anche T. Senno, Filippine, valori tradizionali e fede cristiana, Bologna (Emi) 2001] Oggi, c’è una percentuale di oltre l’80% di cattolici con un numero di battezzati annuali che supera quello di Italia, Francia, Spagna e Polonia messi insieme.[ Cfr. P. Jenkins, La terza chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo; Roma (Fazi Ed.) 2004, pp.130 ss.] Questi dati, pur nella loro schematicità, ci mostrano quanto stia cambiando la geografia della Chiesa Cattolica.
La Chiesa in Asia, inoltre, incarna la sfida di vivere e immaginare il cristianesimo in forme storiche diverse da quelle alle quali siamo abituati in Occidente. Perché l’Asia non ha mai vissuto le dinamiche – anche politiche – ereditate dell’impero di Costantino o di Carlo Magno. In Asia nessun Paese, se si eccettua forse quanto successo ai confini occidentali del continente con l’Armenia, ha mai vissuto se stesso come una societas cristiana.
Della necessità di questo nuovo sforzo creatore sono ben consapevoli le Conferenze Episcopali dei Paesi asiatici che a questo scopo hanno voluto dar vita alla Federation of Asian Bishops’ Conferences (FABC) al fine di «alimentare solidarietà e corresponsabilità per il bene della Chiesa e della società in Asia». La fondazione della FABC, approvata dalla Santa Sede nel 1972, risale allo storico incontro di 180 Vescovi cattolici dell’Asia riunitisi a Manila per la visita di Paolo VI alle Filippine nel novembre 1970. L’impegno fondamentale dell’associazione consiste nella costruzione di un nuovo modo di essere Chiesa «alla luce del concilio Vaticano II e dei documenti ufficiali post-conciliari e a seconda delle necessità dell’Asia».[ Per la fisionomia e il lavoro della FABC cfr: J. Thoppil, Towards an Asian Ecclesiology: The Understanding of the Church in the Documents of the FABC (1970-2000), Shillong (Oriens Publications) 2005. M.M. Quatra. At the Side of the Multitudes: The Kingdom of God and the Mission of the Church in the FABC Documents, Quezon City (Claretian) 2000. R. C. Mendoza, A Church in Dialogue with Peoples of Other Faiths: A Journey to the Kingdom in the Spirit. The Federation of Asian Bishops’ Conferences 1970-2007; Leuven (Katholieke Universiteit) 2009. In italiano, i documenti della FABC sono strati tradotti da: D. Colombo, Documenti della Chiesa in Asia. Enchiridion, Bologna (EMI) 1997. Statuti, documenti, ricerche, dichiarazioni finali delle Assemblee plenarie sono stati editi come FABC Papers e si possono agevolmente consultare al sito: www.fabc.org.]
Questo nuovo modo di essere Chiesa parte da un decentramento dell’ecclesiologia che fa del regno di Dio il centro della vita della Chiesa e della sua presenza missionaria. Per raggiungere questo scopo, soprattutto nella quinta assemblea plenaria (Bandung 1990) sono state riconosciute le “Comunità ecclesiale di base” (BEC) o “Piccole comunità cristiane” (SCC). Inoltre si riconosce che la Chiesa è una comunione di comunità in cui i laici, i religiosi e il clero si accettano gli uni gli altri come fratelli e sorelle. Il tutto per rispondere alla sfida di trasformare la diversità delle culture – diversità di lingua, storia e tradizioni – in possibilità di comunione perché il Vangelo e la vita cristiana possono prendere carne e sostanza assumendo «le ricchezze dei popoli» e continuando lo stile d’incarnazione fatto proprio dal Figlio di Dio.

Le sfide della Chiesa in Asia

La vita della Chiesa in Asia, è pieno di sfide perché si svolge in un contesto sociale fatto di periferie e di frontiere e dove ci sono forti tensioni e conflitti di ordine religioso, politico e sociale. Negli ultimi 40 anni il continente ha cercato di forgiare la propria identità pagando spesso il prezzo di uno spirito nazionalistico segnato da sentimenti anti-occidentali. La globalizzazione ha condotto ad un rapido processo di modernizzazione e di cambiamenti sociali ed è stata spesso accompagnata da fenomeni di secolarizzazione oltre che dal dissolversi delle società tradizionali. Situazioni di emergenza sono continuamente create dall’eccessiva urbanizzazione dovuta ai giganteschi agglomerati urbani pesantemente sfregiati da criminalità, sfruttamento dei più deboli, contrapposizioni.
L’incessante ricerca del Divino che ha fatto dell’Asia la culla delle più grandi religioni, ha dato origine nel corso dei millenni ad una molteplicità di grandi tradizioni religiose su cui si sono formate e sviluppate le numerose culture e nazionalità del continente. Queste diversità sono purtroppo all’origine di tensioni e conflitti in cui comunità religiose si oppongono le une alle altre e spesso sono strumentalizzate per incitare all’odio e alla contrapposizione violenta.
Ma l’ostacolo più serio alla missione della Chiesa viene ancora oggi dal fatto che spesso essa continua a essere considerata estranea ai popoli dell’Asia. Le sue origini coloniali, la sua eredità, l’essere sempre associata all’Occidente, la sua dipendenza da regole, finanziamenti e autorità occidentali pone difficoltà alla maggior parte degli asiatici. Mentre altre religioni si sono inculturate con successo nelle regioni dove sono state introdotte (per es. il buddismo che è nato in India e ora prospera nell’Est asiatico), non è avvenuto lo stesso per il cristianesimo d’oggi importato dall’Europa, e la Chiesa è spesso sentita come un corpo estraneo alla struttura religioso-culturale del Continente. Il che rende difficile il compito di formulare e comunicare la fede cristiana in modo compatibile con le culture locali. Inoltre, il complesso della minoranza spinge talora i cristiani a diventare una specie di religione-ghetto, barricata al suo interno e ‘divorziata’ da quelli che stanno fuori.
Di fronte a queste difficoltà la FABC sostiene che il Signore Gesù e la fede in lui professata dalle comunità cristiane sono importanti e assolutamente necessari all’Asia, ma si devono presentare in un modo diverso. Per questo la FABC ha coinvolto i vescovi del continente in un movimento che ha trovato le sue più alte espressioni nelle dieci assemblee plenarie che l’Associazione ha tenuto fino ad oggi.[ Ecco l’elenco delle dieci Assemble plenarie della FABC tenute fino ad oggi: I. Evangelization in Modern Day Asia (Taipei 1974); II. Prayer – The Life of the Church of Asia (Calcutta 1978); III. The Church – A community of faith in Asia (Bangkok 1982); IV. The vocation and mission of the laity in the Church and in the world of Asia (Tokio 1986); V. The emerging challenges to the Church in Asia in the 1990s: a call to respond (Bandung, Indonesia 1990); VI. Christian discipleship in Asia today: service to life (Manila 1995); VII. A renewed Church in asia: a mission of love and service (Bangkok 2000); VIII. The asian family toward a culture of integral life (Daejeon, Korea 2004); IX. Living the Eucharist in Asia (Manila, 2009); X. Responding to the challenges of Asia (Ho Chi Mihn, Vietnam 2012).]
Fin dalla prima assemblea plenaria tenutasi nel 1974 a Taipei, la FABC ha sostenuto che il «modo fondamentale della missione in Asia» deve essere il dialogo. In un contesto sociale segnato da forti tensioni e conflitti di ordine religioso, politico e sociale, essa ha esplorato il rapporto tra il contenuto e i valori del vangelo con le realtà dell’Asia e dei suoi numerosi popoli, con le loro storie e culture, le loro religioni e le tradizioni religiose, e specialmente con le “masse di poveri”.
Questo programma di dialogo con le culture (= inculturazione), con le religioni e le tradizioni religiose (= dialogo interreligioso) e con le moltitudini di poveri (= sviluppo/liberazione), è stato il tema di fondo dell’attività delle Chiese particolari del continente negli ultimi trent’anni ed è diventato anche la strada della teologia della missione dei prossimi decenni per far crescere il dialogo della vita.
Il concreto cammino della Chiesa in Asia forma, in modo del tutto naturale ed evidente, la trama del Testo-base preparato per il 51° Congresso Eucaristico di Cebu. In esso si esplicita che l’Eucaristia è fonte e culmine della missione della Chiesa e si individua il valore aggiunto offerto dalla celebrazione eucaristica ad una missione che si realizza in dialogo con i popoli, le culture, le religioni, i poveri e i giovani. In questo modo, il Congresso del 2016 si assume l’impegno di far lievitare quegli enzimi di dialogo, di riconciliazione, di pace e di futuro di cui l’Asia è assetata attraverso l’unica vera forza e ricchezza che la Chiesa possiede, e cioè l’Eucaristia, mensa della parola e del pane di vita in cui si rivela il mistero Pasquale di Cristo, centro dell’annuncio evangelico dei discepoli d’ogni tempo.
In altre parole, si tratta di motivare, a partire dall’Eucaristia, il lavoro, la vita l’impegno missionario dell’evangelizzazione della Chiesa che è in Asia. Nei testi fondativi della fede l’Eucaristia appare infatti come l’evento in cui il Risorto si fa presente nel mistero del suo Corpo donato e del suo Sangue versato per illuminare, sostenere, trasformare le comunità ecclesiali in fermento efficace di nuova cultura e di una società meno dissimile dal disegno di Dio. Culmine e fonte della vita della comunità cristiana, l’Eucaristia è anche fonte e culmine del suo impegno di servizio e di testimonianza al mondo in cui è posta.[ Cfr. il Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum Ordinis [PO] del 7 dicembre 1965: « Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non assumendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità (54). A sua volta la celebrazione eucaristica, per essere piena e sincera, deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana».]
L’EUCARISTIA FONTE E CULMINE
DELLA MISSIONE DELLA CHIESA IN ASIA

L’Eucaristia costruisce la Chiesa come comunità di dialogo

In Asia, dove la modalità caratteristica dell’esistenza della Chiesa è quella del dialogo, l’Eucaristia risplende come «l’esperienza straordinaria del dialogo di Dio con noi e della nostra risposta a lui: un dialogo di vita, un dialogo d’amore».[ Cfr. Catholic Bishops’ Conference of the Philippines, Pastoral Letter Landas ng Pagpapakabanal, on Filipino Spirituality (2000), 71-74.] Lì, «nutrendoci di Cristo e bevendo alla coppa della salvezza, in modo del tutto singolare entriamo in un dialogo di vita con la Trinità; lasciando l’assemblea eucaristica, siamo inviati a continuare questo dialogo trinitario della vita e della salvezza attraverso forme di servizio amorevole verso i poveri, gli ultimi, i lontani».[ Cfr. il testo base del 51° Congresso Eucaristico di Cebu: «Cristo in voi, speranza della gloria». L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa; Ponteranica (Centro Eucaristico) 2015, pg. 40.]
Illuminati dalla Parola di Vita e nutriti dall’Eucaristia, quando l’assemblea liturgica si scioglie, i cristiani ritornano alle loro case facendo passare nella trama segreta della vita, quasi per contagio benefico, la forza del Vangelo. Dopo aver condiviso lo stesso Corpo e bevuto allo stesso calice, «senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore… Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte…».[ Benedetto XVI, Omelia nella festa del Corpus Domini 2011 in AAS CIII, 7; p. 464.]
Per questo, ogni volta che ci si accosta alla mensa eucaristica, si è trascinati nel movimento della missione che, «prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria».[ Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, 84.]
L’Eucaristia riproduce in sé il dinamismo missionario di dialogo, di annuncio e di comunicazione che trova la sua radice nella destinazione universale del Corpo dato per tutti e del Sangue versato «in remissione dei peccati».[ Cfr. M. Florio -C. Rocchetta, Sacramentaria speciale I, Bologna 2004, pag.307.] Ogni volta che si celebra l’Eucaristia, si plasma la fisionomia dialogante della Chiesa e di ciascun battezzato. [ Dialogo e Missione, documento del Segretariato per i non-cristiani (oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso) del 1984, stabilisce che il dialogo è «la norma e la modalità necessaria di ogni forma come pure di ogni aspetto di missione cristiana».]

Dialogo come servizio al mondo
Alla scuola dell’Eucaristia, memoria del dono pasquale di Cristo che «pur essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…» (Fil 25-7) il dialogo delle Chiese d’Asia con le culture locali, le religioni, i poveri e i giovani diventa così il primo servizio che la Chiesa rende al mondo, il seme della missione, immagine del Figlio, vero seme che caduto in terra muore per produrre molto frutto (cfr. Gv 12,24).
L’enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam di cui si è appena celebrato il 50° anniversario, insiste sull’importanza di questo dialogo: «Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio Padre, mediante Cristo, nello Spirito Santo, per comprendere quale rapporto noi, cioè la Chiesa, dobbiamo cercare d’instaurare e di promuovere con l’umanità».[ Paolo VI, Lettera Enciclica (6 agosto 1964) Ecclesiam Suam [ES], n 72 ss..]
Questa attitudine dialogante, motore della storia della salvezza che manifesta l’amore senza condizioni di Dio per l’uomo, trova il suo fondamento nel mistero del Figlio dell’uomo, del Servo obbediente che ha dato la sua vita per il mondo. È lui che nell’Eucaristia ci insegna che non c’è dialogo senza rinuncia alla volontà di potenza, senza l’adozione di un’atteggiamento di povertà, di apertura, di ascolto autentico per mettersi alla scuola altrui. Prende così avvio un esodo da sé ed una liberazione che sono il frutto dell’accoglienza della Pasqua del Figlio e che si apprendono solo dalla celebrazione eucaristica.
Celebrando la Cena del Signore si impara a dialogare perché si impara a servire. Questo servizio, modellato sul sacrificio della Croce, di cui l’eucaristia è ripresentazione sacramentale, fa dell’esistenza redenta un’autentica esistenza per gli altri; nati dal dialogo con Dio, attraversati (dia-logos) dalla sua Parola, entriamo nell’esistenza offrendo in dono la nostra vita quotidianamente.

Dialogo come caratteristica della “Chiesa in uscita”
Ancora, il dialogo sperimentato nella celebrazione eucaristica ci permette di riconoscere che il soggetto assoluto della salvezza è Dio, che invia il Figlio nel mondo, il quale nella forza dello Spirito santo consegna la buona notizia del Vangelo all’umanità intera. Ed ogni comunità celebrante, ogni Chiesa, è chiamata ad entrare nella storia e a camminare in compagnia degli uomini affinché la missione del Figlio possa raggiungere tutti i viventi. Per essere dunque fedele a questa sua vocazione la Chiesa deve innanzitutto riconoscere che al centro del suo annuncio non c’è lei stessa ma il Regno di Dio (cfr Mc. 1,15). [ «La Chiesa, nel dare aiuto al mondo come nel ricevere molto da esso, ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell’intera umanità» (Gaudium et Spes, 45). «Se da una parte la FABC afferma che la proclamazione di Gesù Cristo è il centro e l’elemento principale dell’evangelizzazione, dall’altra spiega quello che tale proclamazione significa: prima di tutto che i cristiani e le comunità cristiane testimoniano i valori del regno di Dio, e proclamano il Vangelo attraverso le opere. Per i cristiani d’Asia proclamare Cristo significa prima di tutto vivere come Lui, in mezzo a gente di altre fedi e convinzioni, e compiere con la grazia le stesse opere [di Cristo]. La proclamazione attraverso il dialogo e le opere è la prima vocazione delle chiese in Asia» (Jonathan Y. Tan, Christian Mission among the peoples of Asia: imagining new possibilities, Münster 2004).]
Questo è, forse il significato di quella locuzione «Chiesa in uscita» così amata da Papa Francesco,[ Cfr. Evangelii Gaudium, nn. 20 -24.] «Chiesa con le porte aperte» (EG 46) che infrange i propri confini spaziali e culturali. In questa casa dalle porte aperte e dalle braccia spalancate, icona della missione cristiana, anche l’Eucaristia diventa missionaria attualizzando la parabola evangelica in cui l’uomo che «diede una grande cena e fece molti inviti», mandò i servi «per le piazze e per le vie della città per condurre i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» (cfr Lc 14,15-24). Immagine del banchetto escatologico del Regno che non solo accoglie tutte le persone, ma in cui sarà «beato chi prenderà il cibo nel regno di Dio» (Lc 14, 15).
La Chiesa non può rinchiudersi nel Cenacolo per paura del mondo, preoccupata di conservare la memoria invece che offrirla come una buona notizia a tutti. Tanto meno deve preoccuparsi di essere minoranza; Gesù, infatti, non ci ha chiesto di misurarci con criteri sociologici, ma di sentirci sempre «pusillus grex» (Lc 12,32), piccolo gregge, sì, ma significativo, perché capace di essere «sale della terra» (Mt 5,13) e «luce del mondo» (Mt 5,14).
Ogni Chiesa è assetata di dialogo perché altrimenti non può incontrare la sete degli uomini. Per questo il dialogo non è un’opzione possibile, ma è il modo di essere della Chiesa: essa, infatti è nata nel giorno della Pentecoste, giorno del dialogo tra i giudei e le genti, capaci di intendere un’unica buona notizia nella propria cultura, nella propria lingua, nel proprio cammino di umanizzazione (cfr. At 2,1-12). Ricordiamo qui le parole profetiche di Paolo VI: «La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa dialogo; la chiesa si fa conversazione».[ ES, 67.]

L’Eucaristia costruisce la Chiesa come comunità di carità
In secondo luogo, l’Eucaristia fa la Chiesa come comunità di carità. Cristo, nel suo Sacramento, offre alla Chiesa di diventare uno stesso corpo, condividendo ciò che ha di più personale, la sua morte e la sua risurrezione. La partecipazione all’Eucaristia, Pasqua del Signore e vita donata del Figlio, spinge ad andare oltre i confini della comunità per giungere fino ai più lontani.
Così, da una celebrazione eucaristica consapevole ed attiva, dalla condivisione del «pane di vita eterna», scaturisce una cultura della solidarietà e della comunione, che contesta ogni logica egoistica ed educa ad un amore attivo che si fa tutto a tutti.
Questo amore attivo, questa carità evangelica, non consiste solo nel donare e condividere i beni, ma è innanzitutto prossimità per incontrare, ascoltare, accendere delle relazioni in cui operare responsabilmente e con amore. La prossimità è essenziale alla carità come all’evangelizzazione. Occorre decidere di farsi prossimo, di incontrare l’altro, superando precomprensioni, pregiudizi fatiche e diffidenze. L’altro è sempre un fratello e – possiamo aggiungere nella fede – «un fratello per il quale Cristo è morto» (1Cor 8,11).
A partire dal cuore della vita ecclesiale che è l’Eucaristia si può uscire per andare incontro all’uomo, per accoglierlo e scoprire il suo bisogno. Quello della prossimità è un cammino faticoso e, talvolta, anche umiliante perché chiede di condividere le sofferenze di chi si incontra per accompagnarlo nella quotidiana ricerca di una vita umana bisognosa di senso e di salvezza. Ancora una volta, la parabola evangelica ci ricorda che per evangelizzare, cioè per chiamare al banchetto del Regno, bisogna andare per le strade, le piazze, lungo le siepi, ai crocicchi (cfr. Lc 14,21.23) per cercare «poveri, storpi, zoppi, ciechi» (Lc 14,13). Non sono forse queste le periferie esistenziali di cui parla così volentieri Papa Francesco?[ Alle periferie dell’esistenza Papa Francesco ha accennato per la prima volta nella prima udienza pubblica del suo pontificato, in Piazza San Pietro, il 27 marzo 2013. Da allora le “periferie esistenziali” sono diventate un elemento costante nei suoi interventi. Cfr. N. Capovilla e B. Tusset, Esclusi. Nelle periferie esistenziali con Papa Francesco, Roma (Paoline) 2015.]

La Chiesa della carità è povera

L’azione caritativa dei discepoli deve essere un’azione che anche nelle modalità con le quali è esercitata mostri la carità di Dio. Una chiesa può essere per i poveri e agire per i poveri solo se è lei stessa povera; e il cristiano, quale soggetto che si indirizza ai poveri, deve lui pure essere povero. Ciò che è urgente per la Chiesa non è in primo luogo offrire tante cose quanto piuttosto assumere la povertà come stile. Solo così la Chiesa può portare la buona notizia ai poveri.[ Si vedano le parole profetiche contenute nel testo conciliare della costituzione dogmatica sulla Chiesa: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione» (Lumen Gentium, n. 8).]
La povertà è una categoria teologale perché il Figlio di Dio si è abbassato per camminare sulle nostre strade. Perciò una chiesa che non accetta la dinamica della spogliazione (kénosis), non sarà mai capace di portare la buona notizia del Vangelo ai poveri né di toccare in essi la carne di Cristo.
Poco dopo la sua elezione, Papa Francesco ha detto ai giornalisti: «Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!»[ Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013] e continua a dirlo in modo ossessivo, come uno che sta dalla parte dei poveri perché conosce la loro vita e cerca di spogliarsi ogni giorno.

2.2.2 La Chiesa della carità è umile

La seconda caratteristica dello stile della Chiesa e del cristiano nell’azione caritativa è certamente l’umiltà, che potremmo anche definire povertà spirituale: essa permette di raggiungere uomini e donne riconosciuti soltanto da chi si sente umile come loro, bisognoso come loro della misericordia di Dio. Anche riguardo a ciò Gesù ha avvertito di non essere venuto per i giusti, i sani, i vedenti (cfr. Gv 9,39-41), ma per i peccatori, e per questo «i pubblicani e le prostitute», precederanno nel Regno di Dio quanti si ritengono giusti (cfr. Mt 21,31).
Per questo la Chiesa e i cristiani non si impongono ma propongono con mitezza e dolcezza; i discepoli di Gesù non si sentono assediati né militanti di fronte a una società considerata come nemica; la carità non ama le epifanie né le facili testimonianze…
In quest’ottica andrebbe ancora riletta l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi (1975), definita da papa Francesco il miglior testo del magistero sull’evangelizzazione e, insieme, l’Ecclesiam suam, con le sue parole sulla “simpatia” della Chiesa per il mondo.[ Cfr. ES, n. 81. Splendido anche il discorso pronunciato da Paolo VI a Betlemme per la solennità dell’Epifania del 1964, nel quale spiccano le seguenti affermazioni: «Nous regardons le monde avec une immense sympathie. Si le monde se sent étranger au christianisme, le christianisme ne se sent pas étranger au monde, quel que soit l’aspect sous lequel ce dernier se présente et quelle que soit l’attitude qu’il adopte à son égard», in AAS, LVI, s. III, vol. VI, pag. 177.]
Inoltre, l’umiltà ricorda che il Vangelo cristiano non è appannaggio esclusivo di nessun popolo e di nessuna cultura particolare, ma che è destinato e rivolto a tutti i popoli e culture, e a tutti i tempi e generazioni. La Chiesa non è “padrona” ma solo collaboratrice e serva del Vangelo, come scrive San Paolo ai Corinzi: «Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2Co 1,24). Si propone così il Vangelo come testimoni umili e credibili, per entrare in dialogo con gli altri e cercare, alla luce dello Spirito Santo, quello che Dio vuol dire a chi si apre al Vangelo del regno.
L’Eucaristia costruisce la Chiesa missionaria

Nell’Asia che si prepara al Congresso, «la celebrazione eucaristica, mensa familiare e sacrificio, è il modo migliore per annunciare la buona notizia che Dio offre salvezza attraverso il dono del suo Figlio: egli si sacrifica perché tutti noi entriamo a far parte della sua famiglia, siamo arricchiti con la sua Parola, vivificati dal suo corpo spezzato e nutriti dal suo pane condiviso. Così l’Eucaristia apre alla missione e spinge a condividere la vita con gli altri».[ Cfr. «Cristo in voi… cit.», p. 44.] Una missione che si configura oggi con la modalità nuova della missione inter gentes.
I filippini non hanno dimenticato che il Vangelo è giunto loro tramite i missionari e che la loro fede si è sviluppata grazie agli stranieri provenienti da Spagna, Portogallo, Italia, Germania, Irlanda, Francia. Ma sanno bene anche che ormai la missione non è più unidirezionale. Si sta consolidando, infatti, il numero dei missionari che vanno dal Sud al Nord ripercorrendo all’inverso la strada dei missionari ad gentes, ma crescono anche i missionari che dal Sud vanno in Asia, in Africa e in America Latina. Si tratta di una missione con andamento circolare, “dal Sud al Sud”.
Questa nuova modalità della missione inter gentes è dovuta al crescente fenomeno della mescolanza delle nazionalità, ossia della multiculturalità che caratterizza oggi gran parte del mondo. A causa del fenomeno della mobilità e della facilità delle comunicazioni, si sono moltiplicate le migrazioni internazionali ed oggi il numero degli emigranti è stimato in circa 220 milioni e quello dei rifugiati o migranti forzati a più di 50 milioni, uno ogni centoventi persone.[ Cfr. Michael Blume, Il Fenomeno Globale Dell’Immigrazione, Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, Città del Vaticano, 2000.] Inoltre, i flussi migratori non sono più unidirezionali, ma multidirezionali. Ciò significa che gli emigranti vengono da ogni parte del mondo e si dirigono verso ogni parte del mondo. Il fenomeno della mobilità stabilisce nuove frontiere alla missione.
A questo proposito ricordiamo, per esempio, che tra Stati Uniti d’America, Australia, Nuova Zelanda, Spagna, Italia, e Arabia Saudita ci sono circa dieci milioni di filippini emigrati. Questi laici portano la loro fede ovunque vadano e testimoniano il Vangelo con le loro vite. È questo un fattore da considerare attentamente. Tra questi emigrati ci sono in missione più di un migliaio di sacerdoti con due o forse tre mila suore.
In questo contesto, parlare di missione inter gentes significa parlare anzitutto di missione come “dialogo con la gente”. Si tratta qui del dialogo della vita che si realizza con i non-cristiani in qualsiasi ambiente umano, nelle piazze delle città occidentali o in altri contesti sociali. Se l’annuncio diretto del vangelo continua a essere un elemento necessario della missione, anche il dialogo è un elemento imprescindibile.[ Il documento del Segretariato per i non cristiani Missione e dialogo affermava già nel 1984 che «il dialogo è la norma e la modalità necessaria di ogni forma di missione cristiana e di ogni suo aspetto» (n. 29). Il Concilio del resto aveva detto che l’evangelizzazione deve cominciare con la ricerca dei “semina Verbi” (AG 11) che lo Spirito semina ovunque. Questo è dialogo con la cultura ed esso non è un’opzione ma un imperativo della missione.]
Si pensi alla testimonianza data da immigrati cattolici in un paese musulmano nel Medio Oriente o da emigranti cattoliche, assunte come collaboratrici domestiche nelle case dell’Europa secolarizzata. La missione si caratterizza sempre più come il dovere di ogni battezzato e dell’intero popolo di Dio nel suo essere-nel-mondo.[ Per la realtà della missione inter gentes cfr.: Jonathan Y. Tan, Missio inter gentes, Towards a New Paradigm in the Mission Theology of the Federation of Asian Bishops’ Conferences (FABC), Koninklijke Brill NV 2004; D. J. Bosch, La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiologia , Biblioteca di Teologia contemporanea 109, Brescia (Queriniana) 2000; C. Dotolo, Un cristianesimo possibile. Tra postmodernità e ricerca religiosa, Brescia (Queriniana) 2007. Per un primo approccio a questi problemi è interessante anche la conferenza di P. A. Pernia, Verbita filippino, al 3° Congresso Missionario Americano di Quito (agosto del 2008): «Missione tra le genti: profezia globale» in: http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=945.]
La missione inter gentes si caratterizza poi come un “dimorare in mezzo alla gente”. Essa è un impegno permanente in mezzo alla gente per annunciare il Regno e collaborare alla promozione e all’inculturazione dei suoi valori. Questo si realizza secondo la logica dell’incarnazione, per la quale il Verbo di Dio «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Anche qui, per es., ricordo che San Giovanni Paolo II, il primo dicembre del 2002, nel suo messaggio alla comunità filippina in Italia, sottolineava che quanti erano venuti in Occidente per trovare lavoro, conservavano anche la missione di portare la fede cattolica nelle famiglie italiane.[ «Proseguite allora, con fiducia e determinazione, lungo il cammino di fede e solidarietà, indicato egregiamente dal motto menzionato dal vostro Cappellano, che vi invita alla “comunione”, alla “testimonianza” e alla “proclamazione del Vangelo”. La testimonianza di una vita autenticamente cristiana vi manterrà uniti e continuerà a conquistarvi al rispetto e all’aiuto degli altri. Chiedo a chi vi dà lavoro di accogliervi e di amarvi come cari fratelli e sorelle in Cristo. Tutti noi dobbiamo cooperare per edificare la civiltà dell’amore». Per il testo completo cfr.: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2002/documents/hf_jp-ii_hom_20021201_philippine-community.html.]

Conclusione

Al termine di questa esposizione, si comprende bene che la celebrazione del 51° Congresso Eucaristico Internazionale a Cebu è, anzitutto, una scadenza importante per rafforzare la prospettiva missionaria/evangelizzatrice della Chiesa in Asia. Al suo centro – da quel lontano 1521 quando apparvero all’orizzonte di Cebu le caravelle di Magellano e giunse in questa terra l’annuncio del Vangelo – ci sarà il rapporto tra l’Eucaristia e la missione: missione evangelizzatrice che si sviluppa in Asia, ma non solo, con le modalità sopra indicate del dialogo con le culture, con le religioni, con i poveri e con i giovani.
La dimensione “missionaria” del prossimo congresso è sottolineata, inoltre, dalla posizione geografica di Cebu, e insieme dalla sua fisionomia urbana. Qui ci si rende consapevoli che per la celebrazione di un Congresso Eucaristico Internazionale non è necessaria una metropoli del primo mondo, ricca di strutture, di spazi pubblici e di consolidate capacità organizzative. Serve piuttosto uno spazio umano anche relativamente povero perché collocato ai margini del mondo del benessere ma ricco di fede, un popolo accogliente e generoso, un terreno dove l’annuncio missionario dell’Eucaristia possa attecchire e portare frutto. Dunque «hic manebimus optime».
Infine, se siamo qui a Cebu, è per ricordare che la missione è uno scambio di doni[ Cfr. LG, 13: «In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità».] tra chi annuncia e chi riceve l’annuncio evangelico. I Congressi Eucaristici sono qui per dare e ricevere, per evangelizzare ed essere evangelizzati, per parlare ma anche per ascoltare. In questo ambiente umano che non è legato al labirinto del razionalismo, si può ancora fare appello all’intelligenza degli affetti, alla necessità dell’esperienza della povertà e del dolore, e la narrazione della storia di Gesù ancora riesce ad aprire i cuori e a costruire comunità desiderose di «mangiare il pane nel Regno di Dio» (cfr. Lc 14,15).

 

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